Il modo di percepire la realtà nell’era del web e del digitale è radicalmente cambiato ed è sotto gli occhi di tutti come la frammentazione dell’esperienze conoscitive, la dimensione di multipiattaforma delle narrazioni, la proliferazione dei formati, dei supporti e degli schermi richieda nuove estetiche di montaggio. L’Italia non brilla certamente per velocità nel cogliere i cambiamenti e troppo lentamente sta cercando di mettersi in carreggiata.
L’impostazione dei telegiornali ha ancora poco a che fare con le dinamiche di interattività sviluppate all’estero: fatta eccezione per il notiziario- mosaico di SkyTg24 per il resto il tentativo di avvicinare lo schermo alla grafica composita del web si limita a qualche timida sovrapposiizone di scriventi ( e in questa seppur limitata dinamica interna la palma di miglior interprete spetta decisamente al Tg2). Nell’ambito del giornalismo d’inchiesta la situazione non è molto diversa con scelte di regia e montaggio ancora nel solco canonico dell’alternanza tra narrazione e mostrazione.
Un sentiero leggermente diverso è stato imboccato da Le Iene, al cui regista, Lele Biscussi, va riconosciuto il duplice merito di ricorrere con frequenza agli schermi multipli e di avere innovato il montaggio dei servizi marcandone profondamente lo stile. I contributi filmati infatti risultano puntualmente segnati da intervalli di icone pop che molto ricordano la configurazione del visibile del fumetto: chi non ricorda ad esempio la donna vestita di giallo che si affaccia dalla finestra con sussulto orgasmico, artificio di enunciazione usato spesso per sottolineare l’assurdità di dichiarazioni o ricostruzioni di fatti. Ma anche la bipartizione dello schermo della leggendaria intervista doppia, che tanto seguito ha avuto poi nelle trasmissioni televisive, ha reso familiare nel linguaggio televisivo quell’artifico registico spesso usato dal cinema e dal fumetto nelle scene che dovevano restituire, ad esempio, i colloqui telefonici .
Per quanto riguarda il resto della programmazione made in Italy permane ancora un’impostazione classica delle narrazioni che poco ascoltano le richieste dello spettatore di intervenire nella trama testuale ordinando a proprio piacimento gli eventi. I pochi casi di montaggio innovativo e dinamico, in qualche modo postmoderno sono da ascrivere ad adattamenti per l’Italia di format stranieri ( è il caso di sitcom come Camera Cafè).
L’unico tentativo abbastanza solido di rivoluzionare la catena narrativa dando impulso allo split screen così comune nella serialità americana è rappresentato dalla fiction Ris. La Taodue, come sottolinea Aldo Grasso in una brillante riflessione, ha avuto il merito di importare nella postproduzione la tecnica delle inquadrature sovrapposte e giustapposte che gli italiani hanno avuto modo di ammirare per la prima volta grazie alla serie 24. E’ così che lo spettatore riconosce anche a livello immediatamente visivo la molteplicità delle trame intrecciate nelle nuove combinazioni di spazio e di tempo create dallo schermo multiplo.
Ris è decisamente l’esempio di produzione più vicino alla lezione americana, fucina leader nella creazione di prodotti televisivi, e segna un’importante svolta nell’estetica creativa italiana opponendosi radicalmente all’inerzia registica che caratterizza tutta la lunga serialità: il target di riferimento è infatti piuttosto limitato alle fasce giovanili dato che le generazioni più grandi stentano ancora ad avere un approccio multimediale alla realtà.
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Riguardo ai telegiornali,io ho sempre che fare giornalismo in qualsiasi modo(intervistando in presa diretta,via giornale,via tv,via radio ecc…)debba essere fatto nella maniera più oggettiva possibile e sky fra tutti è quello che risponde meglio a quest’esigenza.Piuttosto mi chiedo una cosa:il direttore di skytg24 è tale Carelli che al momento in cui è stato assunto da sky non mi pare fosse un personaggio di spicco nel panorama giornalistico;ai tempi al tg 5 avevano molta più popolarità e visibilità personaggi come Mentana o Sposini(prima di passare alla Rai).Tirando le somme,bravo Murdoch o chi ne fa le veci a scommettere su Carelli.Quando si dice che a volte il nome non conta…
Riscrivo la prima parte del commento precedente(la tastiera fa le bizze):
“Riguardo ai telegiornali sono sempre stato dell’idea che fare giornalismo,in qualsiasi modo sia fatto(intervistando in presa diretta,via giornale,via tv,via radio ecc…),debba avvenire nella maniera più oggettiva possibile….”
sì Carelli era un giornalista comune del tg5. Non credo che la maggior parte dei meriti vadaattribuita a lui. Sky tg 24 mira giustamnete a proporre in Italia il modello BBC e un’emittente come sky nata in Gb ha vicino questo indirizzo (per non parlare della disponibilità economica maggiore)